Tribunale di Roma – contratti bancari – Contratto di conto corrente – Mancanza di causa delle cms – azione di ripetizione di indebito – onere della prova – contratto non stipulato in forma scritta – applicazione degli interessi legali – illegittimità della capitalizzazione trimestrale ex L. 147/2013 – cms – nullità per mancanza di causa se calcolata sulle somme utilizzate – perizia econometrica – perizia giurimetrica – perizia su conto corrente
Il Tribunale di Roma, con sentenza del 04/07/2021 dichiara una differenza di saldo, a favore del correntista, di € 205.875,26.
“[…] a partire dall’1.1.2014 prevale sul precedente assetto normativo e peraltro esclude dalla futura delega al CICR la possibilità prima prevista per tale comitato dal D. Lgs. n. 342/1999 di regolamentare la capitalizzazione periodica degli interessi in contrasto col dettato dell’art. 1283 cod. civ., negando in radice la possibilità che al termine dell’anno, o del periodo di capitalizzazione previsto (attualmente il trimestre), gli interessi maturati possano andare a costituire capitale soggetto a sua volta ad applicazione di interessi.
Secondo questa interpretazione, coerente con la finalità di dare continuità all’orientamento espresso dalle sezioni unite della Corte di Cassazione, sugli interessi calcolati a partire dal 2014 non sono più applicabili ulteriori interessi nei trimestri successivi a quello di maturazione, o comunque nei periodi successivi alla capitalizzazione, intesa come accorpamento degli interessi al capitale, per cui capitale ed interessi devono rimanere separati nei conteggi periodici.”
Per contro, la c.m.s. deve essere ritenuta priva di causa laddove calcolata sulle somme in concreto utilizzate dal correntista.
Ed infatti, appare legittimo che i contratti di apertura di credito prevedano la c.m.s. come una remunerazione della messa a disposizione di un importo da parte della banca, nella misura in cui detta somma non sia utilizzata: trattasi, invero, di una prestazione dell’istituto di credito che ha (a prescindere dal suo ammontare) un costo per lo stesso, segnatamente nemmeno remunerato dagli interessi, generalmente calcolati solo sull’importo utilizzato se, quando e nella misura in cui si verifichi l’utilizzazione.
D’altro canto, non può riconoscersi un’idonea causa giustificatrice laddove la c.m.s. sia applicata sull’utilizzato, indifferentemente intra o extra fido. Rileva in tal senso non solo e non tanto la previsione di interessi sull’importo utilizzato (la quale già remunera la banca della concreta privazione di liquidità), ma anche e soprattutto l’atteggiarsi della c.m.s. in dette ipotesi.
Ed invero, laddove la c.m.s. sia applicata sull’utilizzato, la stessa – in genere – viene parametrata all’utilizzo più elevato nel trimestre di riferimento, a prescindere dalla durata di detta massima esposizione debitoria.
Orbene, è proprio l’irrilevanza della durata della massima esposizione debitoria nel periodo di riferimento a palesare la mancanza di causa della c.m.s. in dette ipotesi: in questi termini, infatti, la c.m.s. perde la logica di un corrispettivo per la somma utilizzata, prescindendo dalla concreta durata della perdita di liquidità della banca, atteggiandosi invece come una sorta di inammissibile clausola penale per il “fatto lecito”, in quanto, da un lato, quantificata in un forfait a prescindere dalla durata dell’erogazione del credito e, dall’altro, inaccettabilmente prevista per quanto è oggetto del contratto di apertura di credito e non anche per l’inadempienza dello stesso.”
“(…) Il Giudice Unico del Tribunale di Roma, definitivamente pronunciando, così provvede:
DICHIARA che il saldo finale del conto corrente …. intestato (…) alla data del 30/09/2014, è pari ad € 208.991,99 rispetto al saldo indicato dalla Banca di € 3.116,737, per una differenza a favore della società correntista di € 205.875,26”.



